La qualità più importante di un coach

“L’esempio non è il modo migliore per influenzare gli altri. È l’unico”.
Albert Schweitzer

Gli articoli sul coaching si moltiplicano e sembra che sia scoppiata una gara nel fornire definizioni su ciò che un coach dovrebbe o non dovrebbe fare, su cosa sia o non sia il coaching, su quali debbano o non debbano essere le tecniche utilizzate, su quale sia o non sia il percorso di coaching ottimale, su quale sia o non sia la migliore federazione, ecc.

Non aggiungo la mia voce a questo coro, tanto più che ho riletto i miei articoli dell’anno scorso e posso solo confermare – con più forza, se volete – quanto ho già scritto: “un coach è prima di tutto un personal trainer, che vi permette di raggiungere un livello di performance che sarebbe impossibile ottenere lavorando da soli, ed è l’attenzione alla performance e ai risultati concreti che definisce il coaching come lo intendo io”.
Quindi, sulla base di questa definizione, non posso nascondere che rimango molto scettico quando vedo quanta attenzione viene data agli aspetti formali (federazioni, percorsi, procedure, ore di formazione, ecc.) e quanta poca a ciò che conta davvero, cioè ai risultati effettivamente raggiunti dai clienti che si rivolgono a noi.

Insomma, scusate se insisto su questo concetto, ma se leggo che la cosa più importante per scegliere un coach è sapere a quale federazione appartiene e quante ore di formazione ha, è come scegliere una canzone controllando a quale associazione appartiene il compositore e quante ore ha impiegato per scriverla: questo criterio mi sembra lontano dal mio concetto di qualità, e non mi convince affatto. Ancora una volta, tutto ciò che ritengo realmente importante sono i risultati concreti che si ottengono, il resto sono solo chiacchiere. Naturalmente, si tratta di un’opinione strettamente personale.

Detto questo, molto spesso mi viene posta la domanda “qual è, secondo te, la principale qualità personale che un coach deve avere se vuole avere successo nel suo lavoro e ottenere – appunto – risultati dal cliente?”.
A questo proposito non ho il minimo dubbio, e la risposta è – per molti – quanto di più inquietante possa esserci: la condizione “sine qva non” per essere un buon coach è la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa!

“Fai quello che dico, non quello che faccio” sembra essere un atteggiamento diffuso a qualsiasi livello, e forse questo spiega perché così tante persone vogliono fare consulenza, formazione, coaching, counseling, mentoring e chissà cos’altro. Forse si ritiene più comodo dire agli altri cosa fare piuttosto che farlo noi stessi.
È vero, si può essere un ottimo medico eppure essere malati; si può essere un ottimo consulente di coppia eppure la propria vita personale è un disastro; si può essere un allenatore di pallacanestro eppure essere su una sedia a rotelle.
Ma si tratta comunque di eccezioni e in altri ambiti non funziona affatto: accettereste una guida finanziaria da un morto di fame? Accettereste consigli dietetici da una persona obesa?

Quindi, a causa delle specificità del coaching, trovo che l’incoerenza tra ciò che un coach dice ai clienti e ciò che fa a livello personale sia devastante per la relazione con il cliente e, soprattutto, per il raggiungimento dei risultati.

A mio avviso, un coach è prima di tutto un modello per gli altri e non solo per i clienti; è qualcuno che ti ispira a dare il meglio di te, a volte con la sua sola presenza (e credo che tutti noi conosciamo persone che hanno questo effetto su di noi, e che magari non hanno mai sentito la parola “coaching”).

E l’unico modo per ottenere questo risultato è comunicare con le proprie azioni che certi tratti di successo, salute, equilibrio, autostima, risultati – i tratti vincenti, se ci piace la parola – possono davvero essere raggiunti seguendo il percorso che proponiamo agli altri. Le persone dovrebbero rendersi conto, grazie al nostro esempio personale, che “è davvero possibile vivere meglio”.

Mentre se tutto ciò che offriamo è la mancanza di integrità, la noncuranza, la disattenzione e l’incoerenza, il nostro lavoro non avrà il minimo effetto positivo.

Proviamo quindi a utilizzare la tecnica “Walk what you talk” nel nostro lavoro di coach: potremmo scoprire che funziona meglio per i nostri risultati e per il nostro CV di 12 certificazioni e 500 ore di formazione telefonica intercontinentale…